Ars longa: la necessità di voler lasciare un segno
La prima volta che ho stretto la mano di Andrea Arcangeli siamo entrati subito in sintonia. Ed era una questione tutt'altro che secondaria: di lì a poco avremmo tenuto insieme una lezione davanti a un gruppo di studenti universitari della RUFA, a Roma. Fino a quel momento ci eravamo parlati solo al telefono, separati dai chilometri ma accomunati dalla stessa passione per le lettere e per la loro storia.
L'idea di invitare Andrea a eseguire una dimostrazione dal vivo di diversi stili calligrafici mentre io ne raccontavo il contesto storico mi era sembrata del tutto naturale. Solo dopo mi resi conto che, in fondo, stavamo andando molto a intuito, fidandoci l'uno dell'altro: non ci eravamo mai incontrati di persona e ci conoscevamo soprattutto attraverso i social. Eppure avevamo entrambi la sensazione che avrebbe funzionato. Bastarono pochi minuti per capire che quella sensazione era giusta.
Da allora sono passati diversi anni e la nostra amicizia si è fatta sempre più solida, accompagnata dall'ammirazione che provo per il suo percorso artistico che, partendo dalla calligrafia, ha trovato espressione in molti altri ambiti: l'incisione lapidaria, la scultura, la ricostruzione storica, l'artigianato e lo studio delle tecniche e della cultura del mondo antico.
Da tempo desideravo intervistarlo. Così sono andato a trovarlo nel suo studio romano, armato di macchina fotografica e di curiosità. Abbiamo trascorso insieme una giornata fatta di racconti, osservazioni e divagazioni, senza seguire una traccia precisa. Abbiamo parlato di lettere, di storia, di strumenti, di maestri e di artigianato; abbiamo pranzato in un'osteria romana e poi siamo tornati nel suo laboratorio, circondati da pietra, inchiostro e oggetti che sembrano appartenere a epoche diverse ma convivono armoniosamente nello stesso spazio.

Qualche giorno dopo gli ho inviato cinque domande. Le risposte di Andrea restituiscono il ritratto di un artista che non si limita a praticare una disciplina, ma ne indaga continuamente le radici, i significati e le trasformazioni. Un percorso che attraversa secoli di storia e che trova nella lettera — scritta, incisa o scolpita — il proprio filo conduttore.
Quando è stata la prima volta che hai preso in mano uno strumento calligrafico e perché avevi sentito la necessità di farlo?
La prima volta che ho usato uno strumento calligrafico è stato a casa di mia nonna, avevo circa dodici anni e lei tirò fuori una vecchia scatola piena di materiali da cancelleria d’una volta; mi raccontò di quando insegnava Educazione Tecnica e Calligrafia, tra le materie scolastiche di un tempo, e di quanto fosse importante saper scrivere bene e in maniera chiara e leggibile. Quello che pareva un semplice gioco con pennino e inchiostro divenne, anni dopo, la base per la mia realizzazione artistica e lavorativa.

Lo studio della calligrafia ti ha spinto a cercare non solo le forme, ma anche il contesto che le ha prodotte. Quando hai capito che non ti bastava più soltanto scrivere bene?
Il mio percorso è iniziato proprio come esponente di un movimento a me contemporaneo che si esprimeva nel contesto urbano dei primi Duemila: quello dei graffiti. L'ho vissuto da "letterista inconsapevole", in quanto mi focalizzavo sulla firma, sul nome, e facevo solo lettere. Intorno ai diciotto anni ho ripreso in mano i pennini che mia nonna mi aveva fatto conoscere tanti anni prima, e ho iniziato una sorta di percorso a ritroso nella storia della scrittura: partendo dalle scritture del Novecento, in particolare dal corsivo inglese, ho poi cominciato a studiare seriamente gli stili calligrafici, passando alle scritture medievali – ed esplorando nel frattempo vari stili ibridi tra graffiti e modelli storici – fino ad approdare alle scritture romane, che mi hanno poi portato a interessarmi non solo di scrittura, ma anche di incisione.

Crescendo ho compreso quanto sia importante avere una forte base culturale e storica in ciò che si fa, soprattutto quando si ha a che fare con tecniche e arti del passato. Un buon calligrafo e una persona che ha approfondito anche la paleografia, che ha cercato di ricostruire il modo in cui si faceva una volta per riproporlo con nuovo slancio e vigore. Saper solo scrivere bene – avere "buon manico", come mi disse il maestro e amico Ivano Ziggiotti – non è l'unica cosa importante nel fare calligrafia: sono lo studio delle scritture storiche e la disciplina della pratica quotidiana a formare un calligrafo che si rispetti.

Più in generale mi reputo una persona curiosa, e questo lo esprimo in vari aspetti della vita. Quando ho capito che la calligrafia era un'arte importante per me, ho voluto approfondirla sotto molti punti di vista, arrivando, oltre allo studio personale di paleografia, epigrafia, filologia e materie affini, a ricostruire strumenti e oggetti legati alla scrittura, a produrre inchiostro ferrogallico da ricette medievali e rinascimentali, a collezionare pennini e manuali d'epoca e tutto ciò che trovavo affine al mio interesse verso l'arte della scrittura.
Tu sei passato dal lasciare una traccia con il segno, al creare un solco nella materia, fino a far riemergere oggetti che non esistevano più. Come senti legati tra loro questi momenti creativi?
Come dicevo prima, sono una persona profondamente curiosa: se c’è qualcosa che stimola il mio interesse e sento che vale la pena approfondire, ci vado fino in fondo. Il percorso, iniziato dai graffiti wildstyle adolescenziali, mi ha portato negli anni fino alla formalità delle scritture classiche incise su pietra e alla ricostruzione di alcuni aspetti della vita quotidiana del mondo classico della Roma Imperiale. Sono, in effetti, ambiti alquanto lontani tra loro! Eppure nascono entrambi dalla necessità di voler lasciare un segno, di rimanere in qualche maniera, cosa che motiva un po’ tutto quel che faccio da sempre.

Avendo poi studiato Belle Arti e avendo buona manualità, dalle arti grafiche ho voluto approfondire tante altre piccole tecniche del passato, come la lavorazione del cuoio e dei pellami, lo sbalzo di figure (e lettere) in lamina d’ottone, l’incisione su pietra e su metalli a scalpello e a bulino e tante altre cose più laterali. Sono tutte espressioni artistiche, maggiori o minori, degne di essere approfondite e tenute vive attraverso la pratica in quest’era digitale, e di fatto nascono tutte dalla stessa forza creativa. È questo a tenere legate tra loro le varie arti e tecniche che esprimo nel mio fare artistico.




In un’epoca in cui tutto tende alla velocità e alla sostituibilità, scegliere un percorso artigianale significa investire tempo, studio e vita in qualcosa che forse ci sopravviverà. Il motto latino Ars Longa, Vita Brevis rappresenta per te un’ispirazione?
Nel nutrire una disciplina artistica, tenendola viva e tramandandola, ci si pone come anelli di una catena che parte da tempi antichissimi e che, si spera, possa continuare anche in futuro. Il motto latino Ars Longa, Vita Brevis ne è riassunto tagliente e squisitamente sintetico: quanto è vero che l’Arte rimane, mentre la vita prima o poi finirà. Questo ci porta a vedere il nostro lavoro come un qualcosa che ci dà possibilità di restare, ispirare il prossimo, cercare di divulgare un qualcosa a cui si tiene affinché non muoia. Anche per questo reputo molto importante l’insegnamento di arti e tecniche del passato, e spesso vengo invitato a svolgere attività di divulgazione o corsi brevi di calligrafia e incisione nelle scuole, università o enti che richiedono le mie capacità per organizzare attività per i giovani. Tengo molto all’insegnamento, sebbene non sia il fulcro del mio lavoro: al di fuori del lavorare su commissione insegno Arte ai ragazzi delle medie.

Ars Longa, Vita Brevis è anche il titolo di un mio lavoro di incisione lapidaria romana, esposto nella parte operativa del mio studio/laboratorio, che continua a ispirarmi dopo tanti anni.
Ci sono state figure — del passato o del presente — a cui ti senti profondamente legato? Chi ha influenzato maggiormente il tuo modo di lavorare e di guardare alle cose?
Ci sono diverse figure storiche che, contemplando i loro lavori, hanno saputo parlarmi a distanza di secoli. Questo perché l'espressione artistica e grafica di ognuno dice molto su chi si è, su ciò che si è studiato, su quello che si vuole esprimere e sul perché lo si faccia; e i lavori di alcuni Maestri lasciano davvero interdetti, fino a chiedersi se nell'arco di una vita si riuscirà mai a eguagliarli.
Tra i tanti, citerei Nicola D'Urso, calligrafo della prima metà del Novecento, che ha lasciato alcuni tra i migliori manuali di calligrafia di sempre per quanto riguarda le grafie moderne; così come Eliodoro Andreoli, maestro calligrafo e incisore in lastra di rame. Andando più indietro nel tempo, sento molto vicini anche Giovan Francesco Cresci e il Vicentino degli Arrighi.
Altri grandi calligrafi che hanno ispirato il mio percorso sono stati sicuramente Van de Velde, Bickham, Butterworth, Johnston, Koch e Zapf. Tra i maestri di tempi più recenti c'è poi Edward Catich, che ha saputo unire calligrafia e incisione lapidaria romana in un'unica tecnica, compiendo forse una delle più grandi opere di ricostruzione di una tecnica artistica del passato mai realizzate.


Saluto Andrea gettando un ultimo sguardo verso le sue creazioni: sono fatte in gran parte di marmo e metallo, eppure, ogni volta che le sfioro, mi sembrano più vive che mai.

Martedì 30 giugno 2026
Andrea Arcangeli (1992) è calligrafo, incisore lapidario e rievocatore storico. Vive e lavora a Roma, dove tiene corsi di calligrafia e incisione. Sul suo profilo Instagram documenta il proprio lavoro e condivide la sua continua ricerca tra scrittura, incisione e storia.