Stranger Fonts
Ci sono caratteri tipografici che non si limitano a dare forma alle parole di un titolo. Entrano in scena, recitano, creano atmosfera, diventando parte del racconto. È quello che succede quando la tipografia incontra certe serie TV, film e fumetti: le lettere smettono di essere neutre e iniziano a parlare la stessa lingua delle storie che accompagnano.
Nel caso della serie TV Stranger Things (2016), questa voce ha un nome preciso: Ed Benguiat, uno dei più importanti type designer della storia della tipografia moderna. Tra le sue creazioni più celebri c'è l’ITC Benguiat, un carattere dalle grazie affilate e dalle forme eleganti, che richiama in modo immediato l’immaginario visivo degli anni ’80. Una scelta perfetta per la serie dei Duffer Brothers, che fin dalla sigla vuole evocare un’estetica precisa, nostalgica e inquietante allo stesso tempo.

Lo studio Imaginary Forces ha poi trasformato il logo in un’esperienza visiva vera e propria: lettere che scorrono, si avvicinano, si incastrano seguendo il ritmo della musica. Per renderle più autentiche è stato utilizzato un tipo di pellicola ad altissimo contrasto, capace di introdurre riflessi imperfetti e piccole incoerenze ottiche. Il risultato è diventato cultura pop: un titolo che ha superato lo schermo, entrando a pieno titolo nell’immaginario collettivo.
Stranger Things, sequenza dei titoli di testa (2016~2026)
Se Stranger Things usa la tipografia per evocare un ricordo, il film di Steven Spielberg Jurassic Park, del 1993, la impiega per suggerire un’origine lontana e ancestrale. Ma per capirlo bisogna fare un passo indietro.
Rudolf Koch, calligrafo e figura centrale della tipografia tedesca del primo Novecento, credeva fermamente nel gesto della mano come fondamento della forma. Da questa visione nasce il Neuland, disegnato nel 1923: un carattere ruvido, inciso, quasi primitivo. Non cerca eleganza né comfort visivo, ma impatto. Le lettere sembrano scolpite più che stampate, irregolari e materiche.
Koch non realizza disegni preparatori, ma incide direttamente i punzoni nel metallo. La forma emerge dal gesto e dalla resistenza del materiale, lasciando visibili asperità e tensioni.

Composto esclusivamente in maiuscolo, il Neuland assume una qualità monumentale e arcaica. Ogni lettera è un segno autonomo, più vicino a un’incisione che a una scrittura fluida. Proprio per queste caratteristiche fu inizialmente giudicato “insopportabilmente brutto”, nonostante un notevole successo commerciale.
Decenni dopo, quella stessa forza primitiva lo renderà la scelta ideale per il logo del film Jurassic Park, dove dialoga in modo naturale con la celebre silhouette del dinosauro progettata da Chip Kidd per la copertina del romanzo di Michael Crichton, pubblicato nel 1990.

Infine il fumetto, un territorio in cui la tipografia non è un semplice corollario visivo, ma uno degli elementi strutturali del linguaggio.
Il tipografo Paul Renner, influenzato dalla cultura modernista e dall’esperienza della scuola Bauhaus, progettò nel 1927 il Futura, un carattere moderno e geometrico, espressione di un’idea di progresso fondata su ordine, chiarezza e controllo.

È questa la scelta di Dave Gibbons per la copertina di Watchmen, cocreato insieme allo scrittore Alan Moore, dove il lettering "illustrato" tipico del fumetto supereroistico viene abbandonato in favore di una soluzione tipografica pura: il Futura Condensed Extra Black. Il titolo corre verticalmente lungo il bordo della copertina, come un’etichetta fredda e istituzionale, più vicina a un fascicolo d’archivio che a un manifesto d’azione.
Una decisione che nasce anche da esigenze pratiche — la visibilità sugli scaffali delle fumetterie specializzate — ma che finisce per assumere un valore pienamente narrativo. Proprio come Watchmen, che smonta il mito del supereroe e lo sottopone a un’analisi lucida e spietata, la tipografia rinuncia all’enfasi per adottare uno sguardo quasi clinico. In questo caso il carattere tipografico non introduce solo la storia: ne condivide il punto di vista.

Questi esempi mostrano come la tipografia possa smettere di essere un semplice supporto visivo per diventare parte attiva del racconto. Una voce silenziosa ma decisiva, capace di orientare lo sguardo e il significato ancora prima che la narrazione abbia inizio.